Il gioco delle tre carte

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Poco coraggioso l’editoriale di oggi di Angelo Panebianco sulla manovra fiscale, davvero poco coraggioso. Anzi, sembra quasi svelare il gioco delle tre carte del centro destra in materia di federalismo fiscale e decentramento. Lo svela, ma non lo critica. Avvallando un approccio gattopardesco che nella migliore delle ipotesi è triste, nella peggiore… squallido. Soprattutto quando scrive che è meglio distribuire i costi della crisi su tutti, virtuosi e viziosi, piuttosto che solo sui viziosi, perché se no si arrabbiano.

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1° maggio dei lavoratori

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Una certa delusione per la manifestazione del 1° maggio di Milano. Una gran carnevalata che si tiene a distanza siderale dall’unico motivo per il quale esiste questa festa: il lavoro. Tanto valeva farla al 2, al 3 o al 15 di aprile.

I pochi gruppi impegnati sul tema recitavano slogan inutili da megafoni ridicoli, subito sommersi dalla musica dei camion vicini. Anche le fanciulle più volenterose abbandonavano la protesta non appena sentivano le note di “Girls just want to have fun” di Cindy Lauper provenire da un altro punto del corteo. Per carità, l’ho ballata e suonata anch’io mille volte, ma se c’è un inno al disimpegno è proprio questa.

In coda tuonava la techno dei gruppi, diciamo, musicalmente più radicali. Qualcuno si arrampicava sulla pila di casse per sentire meglio le sfumature sonore e cogliere quei passaggi armonici che solitamente si perdono nella distanza. Gli altri… ballavano.

L’amaro commento a questa giornata è che il lavoro non è un tema importante. La maggior parte delle persone sembrava studenti con tanta voglia di divertirsi e poca voglia di faticare. Non ci si identifica più con quello che si fa per guadagnarsi il pane, ma con quello che si fa dopo, fuori dall’ufficio o dalla fabbrica o dal negozio. Quelle otto ore passate al lavoro sono solo una pausa fugace prima di tornare a fare quello che veramente  interessa. Oppure, nella migliore delle ipotesi, si ambisce passare la frontiera, stare dall’altra parte, fare l’imprenditore, investire e vivere di rendita, insomma… non lavorare più.

Poi però il lunedì torni in ufficio con ancora i postumi nel cervello e ti trovi una lettera sulla scrivania, oppure vieni convocato dall’amministratore delegato per comunicazioni urgenti. E resti a piedi. Come in Grecia, che un giorno ti dicono: ah senti, hai presente lo stipendio dell’anno scorso? Eh, quest’anno va così, non te lo diamo più. Sai, bisogna evitare la bancarotta se no son guai per tutti. Scusa ma l’anno scorso, quando le cose ancora non erano così drammatiche, al 1° maggio dov’eri?  Eh, ero aggrappato a una pila di casse. Ah, allora ok.

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