Stefano Boeri in zona 9

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Incontro con Stefano Boeri,  ieri 12 ottobre, all’auditorium di via Ca’ Grande, a beneficio dei cittadini della zona 9 di Milano in vista delle primarie per scegliere il candidato a sindaco di Milano per il centro-sinistra.

Le prime impressioni: persona concreta e competente. Qualche slancio di passione quando parla della “sua” Milano e una slogan interessante: «Cambiare città, restare a Milano». Qualcuno in platea mugugna al pensiero che sia un architetto che collabora con i vertici di Palazzo Marino. Non a caso è sua la firma di uno dei progetti di riqualificazione della zona Garibaldi-Repubblica. D’altro canto questo gli fornisce una competenza sulle questioni urbanistiche non indifferente. E l’ha dimostrato nel corso della serata, parlando soprattutto dell’Expo e dell’Isola.

Sul primo Boeri  ha presentato un progetto insieme a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, per realizzare al posto dei capannoni espositivi un immenso orto botanico. In questo modo si ricalca il leit motiv della manifestazione, alimentazione e ambiente, senza andare a edificare aree attualmente agricole. L’utilizzo dei terreni per l’esposizione rappresenta attualmente uno dei nodi principali perché, come spiega lo stesso Boeri: «Non si è mai fatto un Expo su terreni privati». Il che vuol dire, di fatto, gonfiare i prezzi di mercato di aree agricole con la certezza che diventeranno edificabili. E con queste aspettative è difficile che il pubblico ottenga prezzi di favore. La Proposta di Boeri è invece di riutilizzare l’ortomercato: pubblico, attualmente degradato, ben servito dai mezzi pubblici. Ci sono ancora due mesi di tempo ma la preoccupazione di perdere l’Expo è concreta.

Sull’Isola la posizione di Boeri mette insieme modernità e tradizione. La riqualificazione di quell’area è data per necessaria e, anzi, tardiva rispetto ad altre città europee. Resta il nodo degli spazi collettivi richiesti dalla cittadinanza. Una parte delle risorse dovevano arrivare dai finanziamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Peccato che la Lega li abbia bloccati in nome di un’ideologia miope e anacronistica. Resterà quello che l’azienda costruttrice deve fornire come oneri di urbanizzazione, quindi probabilmente sedi per alcune associazioni, tra cui l’Anp.

Nel complesso la serata è stata positiva, con qualche intervento acceso da parte del popolo di sinistra: stanco e frustrato, forse, ma mai domo. Per completare la candidatura però, bisogna forse metterci un po’ più di visione: allargare gli orizzonti, sognare, disegnare un mondo possibile. Perché va benissimo elencare le belle cose che si hanno intenzione di fare, ma più che altro bisogna fornire una nuova idea di città. Anche perché è difficile pensare che in tutti questi anni il centro destra non abbia realizzato opere e progetti solo per pigrizia. Qualche ostacolo reale ci sarà pure, no?

Occhio, se il PD si allea con Di Pietro o Vendola, Follini lascia: tutti ai posti di combattimento!

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Ennesimo distinguo interno al PD. Questa domenica, sul Corriere, è toccato a Marco Follini. Già di per sé un borderline: ex UDC, ex alleato di Berlusconi. Sì, è vero che per vincere bisognerà pur prendere i voti dell’avversario, però qui parliamo di classe dirigente, di un ex ministro. E’ un po’ diverso.

Comunque, se il PD azzardasse un’alleanza con Di Pietro e Vendola, Follini abbandonerebbe la barca. Alla Rutelli, insomma. Questa gente crede di essere così indispensabile da poter imporre a tutto il resto del partito il proprio aut aut. In realtà il partito ha bisogno di più voti, non di più tromboni che si lagnano a ogni piè sospinto. La disputa interna è sacrosanta e va benissimo cercare spostare il partito verso le proprie posizioni. Se non si riesce oggi, però, val la pena tentare domani. Andarsene vuol dire non accettare la sconfitta che, in una gara, fa parte delle regole del gioco. Se non si accettano le regole, però non si può nemmeno partecipare.

L’alternativa è l’alleanza con l’UDC e con Fini. Ora, passi col primo. Un accordo forse è anche possibile, anche se vuol dire rinunciare all’anima progressista del partito. Perché, ricordiamolo, l’UDC è un partito conservatore. Ma con Fini?! E’ vero che sta simpatico anche a qualcuno del PD per il recente profilo istituzionale. Per il resto, però, mi sa che siamo lontani. Soprattutto dall’elettorato che rappresenta.

Ma poi, che razza di partito si vuole costruire? Se ci sono due poli, per definizione il PD deve prendere i voti che vanno dal 50% più uno degli elettori in qua. E il qua è la sinistra, non certo la destra. Se poi si allarga la presenza al centro va benissimo, ma nelle democrazie occidentali difficilmente si assiste a grandi spostamenti di voti in tempi brevi. Il grosso, quindi, resterà sempre nel di qua. Credo sia un punto fisiologico di questo partito. Chi ne fa parte deve accettarlo, nonostante si batta per accaparrarsi i tanto preziosi voti del centro.

Nobel a Liu Xiaobo

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Premessa: non avevo la più pallida idea di chi fosse. Da questo punto di vista, quindi, l’assegnazione del premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo ha contribuito a diffonderne la causa nel mondo. E questo già di per sé è un successo.

Quel che è accaduto in Cina, però, dimostra che la scelta del Comitato di Oslo è stata azzeccata. Sono state oscurate le trasmissioni BBC e CNN che davano l’annuncio del premio. La casa dove vive la moglie di Liu Xiaobo è stata presidiata dalla polizia. Nei media Cinesi non si trova traccia della notizia e anche Internet e sms sono stati filtrati per non far trapelare informazioni sul premio.

I post lasciati sul sito ufficiale del Premio Nobel, benché la maggior parte in cinese e quindi, per me, incomprensibili, dimostrano che questa assegnazione smuove grandi speranze. Probabilmente la maggior parte sono cinesi che vivono all’estero o attivisti occidentali. Però ha generato risposte forti e accorate, segno che il problema è molto più reale di quel che siamo abituati a pensare.

Leggendo poi in rete la biografia di questo attivista, sembra davvero difficile classificarlo come un pericoloso attentatore all’ordine sociale. E’ un innocuo professore condannato per aver chiesto maggiori libertà e diritti civili. Non c’è nulla di più azzeccato per un Nobel per la Pace.

Sullo sfondo di questa vicenda restano i grandi temi di sempre: le relazioni internazionali, la ripresa economica impensabile senza la Cina, ecc. Possiamo però limitarci ad acquistare merce cinese senza porci domande su quell’immenso paese? E soprattutto, possono i Cinesi pensare di vendere merce su tutti i mercati senza affrontare le critiche o i dubbi che gli vengono mosse dagli acquirenti? Insomma, il mercato, da sempre, non è solo un luogo di scambio di merce, ma anche di idee. E gli occidentali, inevitabilmente, mettono sul banco anche le loro.

Arrivano i muezzin

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Questo intervento di Nicola Molteni è davvero ridicolo. Si vieta qualsiasi possibilità che a Cantù possa esserci una moschea. E si intima l’amministrazione provinciale di Como a smontare il tendone di Valmulini.

Chi amministra le nostre città deve risolvere i problemi della gente e cercare soluzioni alle loro esigenze. Se un gruppo ha bisogno di un luogo per pregare, ritrovarsi, discutere, non vedo perché glielo si debba negare. Soprattutto se il vincolo è di carattere religioso. Ormai l’occidente ha superato queste cose. Non si capisce perché a Cantù ci siano gruppi che ottengono spazi pubblici anche se sono in quattro gatti. Nessuno va a sindacalizzare sul contenuto delle loro attività. L’importante è che paghino affitto e utenze.

Quando le persone che condividono la stessa esigenza iniziano a diventare tante bisogna affrontare la cosa con un po’ più di senno. La Lega è spesso troppo radicale per amministrare società complesse come le nostre. Può andare bene per piccoli villaggi sperduti tra i monti, dove ci si conosce tutti. Per le realtà più complesse però non ha gli strumenti culturali. E non contano nulla i voti che prende, è così anche se avesse il 100%. Non può essere sempre tutto bianco o nero, bello o brutto, persona per bene o terrorista, dentro o fuori. In mezzo ci sono le sfumature. E lo si capisce quando dice che: «Gli islamici prima di pretendere il riconoscimento di qualunque tipo di diritto, sottoscrivano le intese con lo Stato italiano accenttandone i principi e i valori costituzionali». E se ci fosse un cittadino italiano di religione islamica? Che accordi dovrebbe sottoscrivere? Ecco le sfumature. E non vorrei che allo stesso modo possano un domani negare a me l’utilizzo di uno spazio perché giudicano l’attività poco consona. Ci rimarrei male.

L’affondo sui soldi, poi, è davvero penoso. Senza citare eventuali maganti sauditi che sponsorizzano la costruzione di moschee praticamente in tutto il mondo, viene da chiedersi se gli islamici non possa utilizzare lo stesso ingegnoso metodo dei cattolici. Già, chissà come faranno le parrocchie a trovare i soldi per rifare il tetto dell’oratorio o la casa del prete? Con le collette dei fedeli, indovinato!

Sembra che certa gente abbia paura di alzarsi una mattina e sentire il muezzin al posto delle campane. Questa è paranoia. Chi è afflitto da paranoia può avere la serenità per prendere decisioni che riguardano migliaia di persone? O milioni, come nel caso del deputato Nicola Molteni? Francamente l’idea non mi entusiasma.

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