Premessa: non avevo la più pallida idea di chi fosse. Da questo punto di vista, quindi, l’assegnazione del premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo ha contribuito a diffonderne la causa nel mondo. E questo già di per sé è un successo.

Quel che è accaduto in Cina, però, dimostra che la scelta del Comitato di Oslo è stata azzeccata. Sono state oscurate le trasmissioni BBC e CNN che davano l’annuncio del premio. La casa dove vive la moglie di Liu Xiaobo è stata presidiata dalla polizia. Nei media Cinesi non si trova traccia della notizia e anche Internet e sms sono stati filtrati per non far trapelare informazioni sul premio.

I post lasciati sul sito ufficiale del Premio Nobel, benché la maggior parte in cinese e quindi, per me, incomprensibili, dimostrano che questa assegnazione smuove grandi speranze. Probabilmente la maggior parte sono cinesi che vivono all’estero o attivisti occidentali. Però ha generato risposte forti e accorate, segno che il problema è molto più reale di quel che siamo abituati a pensare.

Leggendo poi in rete la biografia di questo attivista, sembra davvero difficile classificarlo come un pericoloso attentatore all’ordine sociale. E’ un innocuo professore condannato per aver chiesto maggiori libertà e diritti civili. Non c’è nulla di più azzeccato per un Nobel per la Pace.

Sullo sfondo di questa vicenda restano i grandi temi di sempre: le relazioni internazionali, la ripresa economica impensabile senza la Cina, ecc. Possiamo però limitarci ad acquistare merce cinese senza porci domande su quell’immenso paese? E soprattutto, possono i Cinesi pensare di vendere merce su tutti i mercati senza affrontare le critiche o i dubbi che gli vengono mosse dagli acquirenti? Insomma, il mercato, da sempre, non è solo un luogo di scambio di merce, ma anche di idee. E gli occidentali, inevitabilmente, mettono sul banco anche le loro.

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