Ennesimo distinguo interno al PD. Questa domenica, sul Corriere, è toccato a Marco Follini. Già di per sé un borderline: ex UDC, ex alleato di Berlusconi. Sì, è vero che per vincere bisognerà pur prendere i voti dell’avversario, però qui parliamo di classe dirigente, di un ex ministro. E’ un po’ diverso.

Comunque, se il PD azzardasse un’alleanza con Di Pietro e Vendola, Follini abbandonerebbe la barca. Alla Rutelli, insomma. Questa gente crede di essere così indispensabile da poter imporre a tutto il resto del partito il proprio aut aut. In realtà il partito ha bisogno di più voti, non di più tromboni che si lagnano a ogni piè sospinto. La disputa interna è sacrosanta e va benissimo cercare spostare il partito verso le proprie posizioni. Se non si riesce oggi, però, val la pena tentare domani. Andarsene vuol dire non accettare la sconfitta che, in una gara, fa parte delle regole del gioco. Se non si accettano le regole, però non si può nemmeno partecipare.

L’alternativa è l’alleanza con l’UDC e con Fini. Ora, passi col primo. Un accordo forse è anche possibile, anche se vuol dire rinunciare all’anima progressista del partito. Perché, ricordiamolo, l’UDC è un partito conservatore. Ma con Fini?! E’ vero che sta simpatico anche a qualcuno del PD per il recente profilo istituzionale. Per il resto, però, mi sa che siamo lontani. Soprattutto dall’elettorato che rappresenta.

Ma poi, che razza di partito si vuole costruire? Se ci sono due poli, per definizione il PD deve prendere i voti che vanno dal 50% più uno degli elettori in qua. E il qua è la sinistra, non certo la destra. Se poi si allarga la presenza al centro va benissimo, ma nelle democrazie occidentali difficilmente si assiste a grandi spostamenti di voti in tempi brevi. Il grosso, quindi, resterà sempre nel di qua. Credo sia un punto fisiologico di questo partito. Chi ne fa parte deve accettarlo, nonostante si batta per accaparrarsi i tanto preziosi voti del centro.

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