Il day after è un massacro. Su tutti i giornali si parla di disfatta del PD alle primarie di Milano. I vertici lombardi rimettono il mandato. Filippo Penati si dimette dalla segreteria politica di Bersani. Una disfatta.

Alcuni commenti però mi sembrano ingiusti. Il Fatto Quotidiano: “Al PD piace perdere facile”. Non è che si fanno le primarie per perdere. Anzi, ci si sottopone al giudizio del proprio elettorato per capire qual è il candidato che piace di più. Se si impone il candidato, non va bene perché lo si impone, se si fa scegliere ai cittadini… non va bene perché si perde.

Anche i giudizi del Fatto su Stefano Boeri mi sembrano ingiusti. E’ un professionista, non è un trafficone. La candidatura, da quel che ne so, è nata fuori dal partito. Era il candidato più giovane, espressione della società civile e non dell’apparato, competente, non vedo perché non appoggiarlo. Queste primarie inoltre hanno permesso il confronto tra candidati di altissimo profilo, espressione comunque di aree diverse della sinistra, che è giusto che si affrontino sul campo, non nei corridoi delle segreterie.

I problemi più grossi a questo punto sono due. Il primo è di tutti. Giuliano Pisapia ha vinto con una flessione di quasi 15 mila voti rispetto al 2006 e uno scarto di quasi 30 mila rispetto alle previsioni. L’euforia della vittoria deve necessariamente stemperarsi di fronte a questi dati, alla luce dei quali il centro sinistra si allontana da Palazzo Marino. Forse la vittoria di un outsider potrebbe far recuperare qualche punto sugli scettici. Il divario sugli avversari, però, sembra ingrandirsi, considerando che hanno potuto votare anche i sedicenni e gli immigrati con regolare permesso di soggiorno.

Il secondo riguarda il Partito Democratico. Qui Il Fatto ha ragione. La classe dirigente non ne imbrocca una. Tutti i suoi candidati vengono sconfitti alle primarie e poi gli altri si portano a casa il trofeo. Più fine Michele Salvati su Il Corriere,  che scrive di «carenza di egemonia culturale». Il problema forse è profondo. Non si tratta solo di sostituire qualche cervellone al comando, qui probabilmente incidono le logiche stesse di un partito strutturato. Le candidature seguono necessariamente le logiche delle correnti interne, della spartizione dei posti chiave. Quando il PD decide di appoggiare un candidato lo fa anche in ragione di queste riflessioni. Questo perché non decide uno solo ma bisogna trovare un accordo tra fazioni senza arrivare alla rottura. Si possono mettere dei criteri, chessò: deve essere giovane, alto, raffinato, magari donna… però all’interno di questa griglia si sceglie con le logiche dello spoil system. Il problema è che questo non piace alla gente, perché sente sempre l’aria polverosa dell’accordo sottobanco. Così si va alle primarie e tutti si possono esprimere liberamente… anche quando eleggono il segretario.

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